Il romanzo di Camilo José Cela fa rivivere, a qualche decennio di distanza, la fortunata tradizione realista spagnola. Pubblicato nel 1942, “La familla de Pascual Duarte” (questo il titolo originale) richiama però più da vicino la tradizione picaresca, retroterra letterario imprescindibile per gli stessi romanzieri della seconda metà del XIX secolo.

Un romanzo che in realtà è una narrazione autobiografica, sottoforma di memoriale, eseguita dallo stesso protagonista del titolo, Pascual Duarte, appunto. Di bassissima estrazione, questi si trova a trascorrere in carcere gli ultimi anni della propria vita e così decide di utilizzare il poco tempo rimastogli per fare un resoconto della propria sfortunata esistenza consegnando poi gli scritti ad un conoscente del patrizio Don Jésus Gonzalez de la Riva, da lui stesso assassinato. Questo è quanto apprendiamo dalle note d’apertura che, insieme alle due lettere alla fine, costituiscono una sorta cornice del nucleo narrativo vero e proprio, nonché un artificio che il narratore Cela utilizza per prendere le distanze dalla vicenda secondo la più classica tradizione realista.

La vicenda quindi è tutta filtrata attraverso gli occhi e le esperienze di Pascual Duarte, uomo d’umilissime origini, nato intorno alla seconda metà dell’ 800 in un modesto villaggio contadino dell’Estremadura, regione spagnola nei pressi del confine portoghese. Le prime pagine del libro sono tutte dedicate alla descrizione del villaggio ma soprattutto della casa in cui nacque e visse il protagonista, un’abitazione “angusta e misera come il suo padrone”, in cui la cucina era il solo ambiente abitabile. Lo squallore e la ristrettezza dell’abitazione rispecchiano simbolicamente l’ambiente con cui Pascual dovette fare i conti per tutta la vita, non riuscendo mai a uscirne indenne, anzi soccombendo ogni volta e affondando sempre di più in quel putridume senza fondo.
Insieme a Pascual, vivevano in quella casupola il padre Esteban Duarte Diniz, un portoghese “alto e grosso come un macigno”, molto severo e irascibile verso il quale Pascual nutriva un misto di rispetto e soggezione. Anche la moglie di Esteban, come suo marito, si accendeva per poco, anche se aveva un aspetto tutt’altro che salutare, essendo alta e magra, con un colorito “giallo come il limone e le guance infossate”. I due litigavano spesso, così come spesso si rifugiavano nell’alcool, scaricando poi quel che rimaneva della loro rabbia sul povero Pascual. Come se non bastasse, i due disgraziati pensarono bene di privare il figlio dell’unica via di riscatto: l’istruzione. A dodici anni, infatti, la carriera scolastica di Pascual poteva dirsi conclusa quando il giovane sapeva a malapena “leggere e scrivere, e […] sommare e sottrarre”. Quanto bastava, secondo gli sciagurati genitori, per potersela cavare nella vita. Fu più o meno in quello stesso periodo che nacque la sorella di Pascual, Rosario, forse la sola persona per la quale il fratello proverà rispetto e amore per tutta la vita. Nonostante la povertà soffocante, qualche anno più tardi nacque anche un fratellino, Mario, concepito dalla madre questa volta con il suo amante Rafael. L’umanità di Pascual emerge forse per la prima volta in questa occasione: Pascual prova compassione per il fratello, una larva umana che oltre a questo castigo divino dovette sopportare la mancanza di cure da parte della madre e i maltrattamenti del patrigno. Purtroppo i giorni di Mario, incapace di camminare e parlare, finirono in modo ancor più disgraziato poiché il piccolo fu trovato morto annegato in una tinozza piena d’olio.

Il tono amaro e grottesco con cui viene descritta la morte di Mario, sarà un leitmotiv per i successivi incidenti. Ciò fa sospettare che “quella parte della vita” che Pascual ha preferito non raccontare, come si legge dalla lettera iniziale, riguardi proprio queste morti improvvise e bizzarre.
Con lo stesso tono viene descritto, di lì a qualche tempo, anche il ritrovamento del corpo senza vita del padre, rinchiuso da qualche giorno in un armadio perché morso da un cane rabbioso. All’apertura delle ante, e alla vista di quel corpo scomposto, la madre si mise a ridere mentre Pascual fu costretto a “inghiottire le due lacrime che gli spuntarono alla vista del cadavere”.

Ma le disgrazie erano solo iniziate. Qualche anno dopo Pascual sposò Lola, una ragazza del paese, che mise presto incinta. Purtroppo però una caduta da cavallo costrinse la giovane sposa ad abortire così che Pascual, amareggiato da quell’ennesima morte, sfogò tutta la sua rabbia pugnalando la povera, inerme cavalla colpevole involontaria della perdita del suo primogenito. E la striscia di sangue continuò con il ferimento dell’amico Zacarias e la morte, dopo solo undici mesi, del secondo figlio di Pascual e Lola, evento traumatico e violento insieme; poi ancora con l’uccisione cruenta del Borioso, protettore e amante della scapestrata ma amata sorella Rosario per finire con la morte di Lola, e il faticoso accoltellamento della madre.

Proprio la descrizione di quest’ultimo evento, è a mio avviso tra le più impressionanti dell’intero romanzo per la fredda e lunga premeditazione con cui Pascual prepara l’uccisione della madre, il personaggio più aspro e duro della vicenda, l’esatto contrario di quanto ci si aspetterebbe da una figura materna. Una durezza che emerge proprio nella lotta contro la morte durante la quale la vecchia si dimenò come una belva feroce appena si vide assalita nel proprio letto dal figlio armato di coltello.
Dal canto suo Pascual non sembra mai particolarmente pentito, né dimostra mai un profondo rimorso per ciò che ha compiuto. Dalla propria esistenza, miserrima e dal destino irreversibile, non cerca mai nessun riscatto e sente che qualsiasi cosa egli compia, nulla potrà cambiare il proprio destino. Quindi Pascual può essere visto come la vera vittima del racconto, vittima dello stesso ambiente umano che lo ha partorito, cresciuto e costretto ad agire con l’istinto assassino perché non aveva altro modo di reagire alla brutalità senza rimedio in cui si trovava. Ciò che colpisce di Pascual è il senso di leggerezza, quasi di dovere, che prova dopo ogni omicidio, come se si trattasse togliere la vita a qualcuno fosse qualcosa di irresistibile, che non poteva fare a meno di compiere.

Paradossalmente però il protagonista appare dotato di un’umanità particolare poiché dimostra di provare sentimenti molto profondi e sinceri, sia che si trattasse di sentimenti d’amore, sia di sentimenti d’odio. Quanto all’odio, sappiamo che è stato un sentimento che ha facilmente attecchito in Pascual mentre per quel che riguarda l’amore, le uniche persone verso le quali provò un misto di affetto e compassione sono state la sorella Rosario e il piccolo, sfortunato fratellino Mario, vittime anche loro disgraziate come il fratello maggiore.

Di Pascual Duarte, le ultime pagine del libro ci informano che, dopo essersi risposato con la giovane Esperanza (un nome non poteva essere più beffardo) ed ucciso l’arcigna madre, questi finì i propri giorni in carcere dove, intorno al 1935 o il 1936, fu giustiziato. Nonostante fu invaso da una tranquillità inaspettata in attesa dell’esecuzione, la morte di Pascual ci viene descritta come “completamente normale e infelice” perché fu colto dalla più viva paura proprio quando stava per essere ucciso.

“La familla de Pascual Duarte” esce in Spagna quando si era appena conclusa la guerra civile: di questo periodo il romanzo è rappresentativo per la cupezza delle atmosfere e un senso vivo della disgrazia imminente. In Pascual Duarte si potrebbe dunque intravedere l’incarnazione di tutte le angosce esistenziali della propria epoca.
Come ho accennato all’ inizio è proprio in ossequio alla tradizione realista che Cela mette in bocca al proprio anti-eroe una sintassi semplice e diretta, oltre ad un lessico popolare e di facile comprensione. Non manca poi l’uso frequente di proverbi e similitudini tirate dal mondo contadino importanti per arricchire e caratterizzare la narrazione, molto gustosa anche se a tratti amara, ma che certamente favorisce, sveltendola, la lettura.

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