Tempo di silenzio é un romanzo di Luís Martín Santos, pubblicato nel 1962 e ambientato negli anni 40. 

Luis Martín Santos è nato a Larache [Marocco] nel 1924 (morì a San- Sebastián nel 1964), fu direttore dell’Ospedale psichiatrico di San-Sebastián. Deve la sua fama a questo suo unico romanzo, Tempo di silenzio (Tiempo de silencio, 1962), che fece scalpore per la violenta satira sociale di cui era intrisa la storia delle vicissitudini di un giovane medico in un ospedale madrileno. Martín-Santos morì in un incidente stradale, lasciando incompiuto il suo secondo romanzo, Tempo di distruzione (Tiempo de destrucción, 1975).

 

 

In Tempo di silenzio, punto di partenza sono le tortuose vicende di Pedro, giovane e ambizioso biologo che cerca di recuperare in una bidonville alcuni rari esemplari di topi canceroge- ni finiti nelle mani dello Smorfia, rappresentante dei bassifondi madrileni: ritrovati i topi, lo scienziato, circuito da un pittoresco e impietoso mondo sotterraneo, perderà se stesso, la propria ragione d’essere, procurando un aborto alla figlia dello Smorfia. Ma questo è solo uno dei tanti temi. Il libro è un affresco della borghesia spagnola degli anni cinquanta: un viaggio negli inferi per portare in superficie e poi soffocare le grida di chi, dai bassifondi, non vuole accettare il tempo di silenzio sancito lugubremente dal regime franchista.

Al di là dei suoi molteplici significati, della sua complessa rete di simbologie, citazioni e rimandi storico-letterari, artistici e sociologici, che immagino particolarmente duri da digerire per un eventuale lettore poco informato sui problemi della Spagna -e in modo particolare sulla discussione relativa all’esistenza o meno della “hispanidad” (intesa come tratto genetico che giustificherebbe, in qualche modo, l’arretratezza e la contraddittorietà della Spagna descritta dall’autore) quello che più mi ha affascinato è l’uso che Martín-Santos fa del linguaggio.

L’impasto liguistico che emerge dalle pagine del romanzo, spaziando dalla “jerigonza” al lessico scientifico, testimonia non solo il grado elevatissimo della cultura dell’autore, ma anche il suo piacere nello scrivere. Riesco a immaginare il godimento che Martín-Santos deve aver ricavato dal manipolare lo spagnolo in una maniera così abile e suggestiva, iperbolica, lussureggiante.

Ma come si fa a tenere una lingua in pugno a quel modo, a modellarla, a conoscerne i segreti al punto di farne un esempio di tecnica, evitando allo stesso tempo ogni convenzionalità e artificiosità, mantenendola ancorata al terreno del parlato più ruvido e “reale”? Martín-Santos non disponeva di un idioma variegato come l’italiano, i cui dialetti Gadda ha potuto sfruttare appieno (e con quali risultati!), eppure è stato capace a sua volta di creare qualcosa di nuovo, e soprattutto di giocare col linguaggio (e coi linguaggi), restituendoci il piacere della lettura, che non è solo il “come va a finire” di una storia”.

Scrittore non “letterario”, Martín Santos  marca un passo in avanti nella letteratura d’epoca franchista: Tempo di silenzio (1962) infatti, rompe definitivamente con il realismo letterario. Oltre allo struggente aneddoto che denuncia le dure condizioni sociali dell’epoca, il romanzo si fa valere per l’uso delle tecniche narrative più contemporanee, dal monologo interiore diretto alla variazione dei punti di vista, alla sperimentazione linguistica. L’importanza di Martín Santos è quella di raccogliere una tradizione ormai universale, che va da Faulkner a Sartre senza ignorare Freud e Kafka, per poi inserirla dentro la tradizione spagnola. Dopo di lui, saranno Juan Benet o Juan Goytisolo ad adottare un modo di raccontare di ampio respiro. 

 

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