Con la lingua si può dire tutto ciò che si vuole. Infatti con le medesime parole, combinate in vari modi o collocate in contesti differenti, si possono significare varie cose diverse, come dire e contraddire, affermare e negare, interrogare e rispondere, accusare e assolvere, scherzare e fare sul serio. Dipende dalle intenzioni di chi usa la lingua. Quando usiamo le parole esse significano ciò che abbiamo deciso che debbano significare. L’uso che si fa della lingua è assai diverso a seconda che si parli o si scriva. Il passaggio dalla lingua orale a quella scritta implica un salto psicologico e culturale di notevole livello.
Scrivere, infatti, significa formalizzare intenzionalmente la propria o l’altrui esperienza, oggettivarla, rappresentarla, metterla in discussione, confrontarla, verificarne tutte le possibili varianti e soluzioni, analizzare le cause e gli effetti dei fatti accaduti, indicare le condizioni e formulare le ipotesi per ragionare, dimostrare, spiegare gli eventi vissuti e le conseguenze subite, conservarne il ricordo per poterlo poi richiamare alla memoria, ecc.
L’esercizio della scrittura va sostenuto da un continuo lavoro di osservazione della realtà e di interiorizzazione dei suoi precetti. Come sosteneva Bruno Munari: “…per essere creativi occorre saper osservare la realtà e classificarla senza ambiguità. Più dati noi raccogliamo nella nostra memoria più possiamo far relazioni e quindi abbiamo possibilità di produrre qualcosa di nuovo”. Mettere quindi per iscritto questo mondo vissuto o immaginato significa infatti trasformare in parole fatti vissuti, idee, concetti ed elementi visivi. È un’operazione non semplice che è stata oggetto di studio sin dai tempi di Aristotele, cioè da quando ci si è posti il problema del rapporto tra pensiero e linguaggio. È noto infatti che il pensiero lavora per mezzo di immagini mentali che sono dapprima visive e che vengono poi tradotte in parole. Senza una rappresentazione mentale l’attività intellettuale non è possibile. Le immagini mentali derivano dalla percezione e sono perciò, in qualche modo, una replica degli oggetti fisici, delle cose accadute e delle sensazioni ricevute. In realtà il linguaggio non è indispensabile al pensiero ma è uno strumento utile al funzionamento della percezione in quanto insieme delle forme percettive conosciute. La lingua infatti aiuta a formulare il pensiero perché la parola è il medium con cui si esprime l’immagine visiva.
Saper scrivere significa che tutte le parti che compongono il testo (suoni, parole, frasi, strutture sempre più complesse) devono essere scelte e ordinate secondo una strategia comunicativa che renda la struttura e lo stile armonici in ogni loro parte e congruenti con l’uso che se ne vuol fare.
Per ottenere questo risultato occorre però leggere molto, fare buona pratica e rispettare alcune regole basilari. Tali regole concernono la scelta dei contenuti, la redazione delle singole frasi e l’adozione dei principi regolativi per la composizione del testo. Per quanto riguarda i contenuti, essi devono essere di qualità e rispondenti al vero. A livello della microtestualità, le parole devono essere scelte in modo conforme e adatto al registro, al codice e allo scopo del messaggio. Ogni frase o proposizione va scritta in modo corretto rispettando le norme morfosintattiche e l’uso corrente. Tutte le frasi devono essere strutturate in modo logico secondo criteri temporali, spaziali, di causa/effetto, di interpretazione induttiva e deduttiva, ecc. L’intero testo deve infine possedere i requisiti essenziali della coerenza, coesione, autonomia, completezza, informatività (in quanto mostrano chiaramente le reali intenzioni dell’emittente), accettabilità (il destinatario deve comprenderlo in modo congruente allo scopo per cui sono scritti), situazionalità (in quanto sono appropriati al contesto storico e sociale in cui sono emessi), intertestualità (in quanto conformi al genere e al codice utilizzati per la stessa tipologia di testi).
* “A” si pronuncia e si scrive come in italiano

* “B” Quando è in inizio di parola o dopo M, si pronuncia come nell’italiano. In altre posizioni si pronuncia con un suono più lieve a quello italiano: si deve far passare l’aria tra le labbra in modo che, tra loro, esse si sfiorino appena. In Centroamerica la pronuncia è ancora più lieve, tanto che a Cuba viene ad assumere quasi il suono di /w/ (Cuba /’ku:wa/).

In scrittura il suono si scrive “c” davanti a consonante e a M,

* “C” Quando è seguita da “E” od “I” si pronuncia /θ/, che equivale al “th” inglese di “think” (nello spagnolo europeo); e semplicemente /s/ nello spagnolo d’America.

Quando seguita da “A,O,U” si pronuncia /K/. Il gruppo “CC”, se seguito da “E” od “I” si pronuncia /kθ/ o /ks/.

* “D” Quando è intervocalica si pronuncia /ð/ “de”, che equivale al “th” inglese di “then”.

Quando è in posizione finale di parola si pronuncia con un suono molto debole.

* “E” Ufficialmente [e̞], ma può avere, secondo la sua posizione nelle parole, una variante piuttosto chiusa (per esempio: “canté” /canté/ – “cantai”) o piuttosto aperta (per esempio: “perla” /pèrla/ – “perla”), ma senza nessuna differenza fonologica.

* “F” si pronuncia come nell’italiano. Ma con una effe non doppia

* “G” Si pronuncia /x/ davanti ad “E” ed “I”, suono equivalente al “ch” tedesco di “nach”. In posizione iniziale e dopo una consonante si pronuncia come in italiano “gatto”. Quando è intervocalica e seguita de “A”, “O”, “U”, si pronuncia /γ/, che è una “gh” pronunciata più verso la gola.

Dà luogo ai gruppi “GUE” e “GUI” che si pronunciano come “ghe”, “ghi” italiani. Se però vi è una “Ü”, i gruppi “GÜE” e “GÜI” vengono a pronunciarsi come gli italiani “gue” e “gui”.

* “H” È sempre muta.

* “J” Si pronuncia sempre /x/, che equivale al “ch” tedesco di “nach”.

* “K” Sempre come ca.

* “L” Si pronuncia come in italiano, tranne quando è doppia.
* “LL”, si pronuncia come la “gli” nella parola “famiglia” nello spagnolo classico, anche se questa pronuncia viene oggi considera arcaica o molto colta. Generalmente si pronuncia semplicemente come /jj/ o come la G in “già” in inizio di parola. In Argentina si pronuncia come la “j” del francese o del portoghese.

* “M” Come in italiano
* “MG” si pronuncia come se fosse una m palatalizzata,con un suono fra /m/ e /g/.
* “N” Come in italiano.

* “Ñ” Si pronuncia come il gruppo “gn” italiano.

* “O” Ufficialmente [o̞], ma può avere, a seconda della sua posizione nelle parole, un suono piuttosto chiuso (per esempio: “tonto” /tónto/ – “sciocco”) o piuttosto aperto (per esempio: “amor” /amòr/ – “amore”), ma senza nessuna differenza fonologica.

* “P” Con parole che iniziano per PS o Pn la P è muta.

* “Q” È sempre seguita da “U”, e dà luogo ai gruppi “QUE” “QUI” che si pronunciʲano come “che” e “chi” italiani.

* “R” Quando è in inizio di parola e quando è doppia si pronuncia molto accentuata, come la “r” in inizio parola pronunciata dai siciliani.

* “S” Come nell’italiano “sono”. Non ha il suono della s intervocalica italiana (/z/), “casa” non si pronuncia comme nell’italiano, si pronuncia “ca sa”. Nello spagnolo d’America è comme la s italiana, ma nella Spagna ha un suono intermedio tra una s ed una sc.

* “V” Si pronuncia tale e quale come la lettera B spagnola. In spagnolo non esiste il suono /v/.

* “W” Si pronuncia come la B o la V spagnola nelle parole germane, e come “gu” in italiano nelle parole inglesi.

* “X” All’inizio di parola si pronuncia /s/ come in “xenofobia”, negli altri casi come /ks/ o /gs/. Benché, nello spagnolo di Spagna generalmente si pronuncia sempre come /s/. In alcuni nomi di ortografia antica, specialmente messicani, si pronuncia come /x/: Xavier, Ximena, México, Texas (che anche si possono scrivere con J: Javier, Jimena, Méjico, Tejas), Oaxaca, ecc.

* “Y” Si pronuncia /dĵ/

* “Z” Si pronuncia come la “C” seguita da “E” od “I”; perciò in Spagna è /θ/, mentre in America Latina è semplicemente /s/.

 

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